giovedì 12 febbraio 2026

Corso di storia della letteratura: Cortázar 1914

Julio Cortázar 1914
Julio Cortázar: tra gioco, sperimentazione e impegno politico

1. Una vita tra due continenti

Julio Cortázar nasce il 26 agosto 1914 a Bruxelles, in circostanze già di per sé insolite: figlio di diplomatici argentini, vive i primi anni d’infanzia in Europa, per poi trasferirsi stabilmente a Buenos Aires. Questa duplice appartenenza – europea per formazione e sensibilità culturale, latinoamericana per radici, lingua e identità – segnerà profondamente la sua opera, sospesa tra modernismo europeo e vitalismo sudamericano.

Dopo aver insegnato e tradotto in Argentina, nel 1951 decide di lasciare il paese in aperta opposizione alla dittatura di Juan Perón, scegliendo Parigi come sua nuova patria. Qui trascorrerà la maggior parte della vita, mantenendo però un legame indissolubile con l’America Latina: sarà sempre, allo stesso tempo, scrittore europeo cosmopolita e intellettuale argentino esiliato.

L’impegno politico diventa esplicito soprattutto dagli anni ’60: Cortázar sostiene la Rivoluzione Cubana, si avvicina ai movimenti di sinistra latinoamericani e denuncia le violenze delle dittature militari. La sua voce critica, pur inserita nei circuiti culturali occidentali, rimane saldamente ancorata alla battaglia per la giustizia sociale nel suo continente d’origine.


2. Cortázar e il fantastico quotidiano

Il primo vero riconoscimento arriva con Bestiario (1951), una raccolta di racconti che introduce la cifra stilistica di Cortázar: la capacità di inserire l’elemento perturbante e fantastico all’interno di situazioni ordinarie. Non si tratta del “realismo magico” alla García Márquez, in cui il meraviglioso è accettato come naturale, ma di una forma di sconfinamento dell’irrazionale dentro la normalità, capace di destabilizzare il lettore.

In racconti come Casa tomada o Le porte del cielo, l’estraneità si insinua nel quotidiano con logica implacabile, mostrando quanto fragile sia la nostra fiducia nella realtà. Cortázar lavora sul limite tra ciò che appare stabile e ciò che improvvisamente si rivela inquietante: il fantastico non come evasione, ma come rottura della percezione.


3. La musica e la scrittura: Il persecutore

Con Le armi segrete (1959) e in particolare con Il persecutore, ispirato al jazzista Charlie Parker, Cortázar rivela un altro asse fondamentale della sua poetica: il rapporto tra scrittura e musica, tra ritmo narrativo e improvvisazione jazzistica.
La narrazione diventa un flusso, una variazione continua, un assolo letterario, in cui la linearità cede il passo a digressioni, pause, riprese improvvise.

Qui emerge anche un tema centrale della sua opera: l’arte come strumento di superamento dei limiti della realtà ordinaria, ma anche come condanna, ossessione e alienazione. Il personaggio del persecutore incarna il genio incompreso, divorato dal proprio linguaggio e dalla propria visione del mondo.


4. Rayuela: il romanzo-labirinto

Nel 1963 Cortázar pubblica Rayuela – Il gioco del mondo, il suo capolavoro e una delle opere più rivoluzionarie della narrativa del XX secolo. Definirlo romanzo è riduttivo: si tratta di un esperimento che mette in discussione le convenzioni stesse della forma narrativa.

Il testo può essere letto in modi diversi: linearmente, nei primi capitoli, oppure seguendo un ordine non convenzionale suggerito dall’autore, saltando da un capitolo all’altro come in un gioco dell’elastico (rayuela significa proprio “campana”, il gioco dei bambini con i numeri disposti a terra).

Questa struttura fa del lettore un co-autore, chiamato a partecipare attivamente al testo. La narrazione diventa esperienza, gioco, sfida. Tematicamente, Rayuela esplora l’alienazione esistenziale, il rapporto tra arte e vita, l’amore, il linguaggio come possibilità e limite. Non è un caso che il romanzo diventi simbolo del Boom latinoamericano, accanto a García Márquez, Vargas Llosa e Fuentes, distinguendosi però per la radicalità della sperimentazione formale.


5. Tra letteratura e politica: Tutti i fuochi il fuoco e Libro di Manuel

Negli anni successivi Cortázar prosegue la sua ricerca con raccolte come Tutti i fuochi il fuoco (1966), in cui il tempo, la memoria e il caso vengono esplorati con tecnica raffinata e spesso spiazzante. La sua scrittura assume il carattere di un laboratorio narrativo permanente, in cui la realtà si piega e si sdoppia.

Con Libro di Manuel (1973), invece, lo scrittore affronta in maniera diretta la dimensione politica: il romanzo si presenta come un collage di frammenti, documenti, notizie, in cui la sperimentazione linguistica si mette al servizio della denuncia delle ingiustizie sociali e delle violenze dittatoriali in America Latina. Questo passaggio segna una svolta: la letteratura non è più solo gioco e rottura, ma anche impegno etico e civile.


6. Il valore critico e l’eredità

Cortázar è considerato uno degli autori più innovativi del Novecento per tre ragioni principali:

  1. Sperimentazione narrativa: ha sfidato la linearità del romanzo, trasformandolo in un organismo aperto, ludico, interattivo.

  2. Dimensione fantastica: ha ridefinito i confini del reale, mostrando quanto l’inconscio, l’assurdo e il caso permeino la nostra esperienza.

  3. Impegno politico: ha saputo integrare il linguaggio della sperimentazione con una presa di posizione chiara contro le ingiustizie, senza mai ridurre la letteratura a propaganda.

La sua eredità lo colloca accanto a Borges e García Márquez, ma con un’impronta del tutto peculiare: se Borges rappresenta il labirinto intellettuale e Márquez il mito collettivo, Cortázar incarna il gioco destabilizzante della scrittura, in cui il lettore è chiamato a perdersi per ritrovarsi diverso.


Conclusione

Julio Cortázar fu uno scrittore cosmopolita e radicato, ludico e impegnato, capace di trasformare la letteratura in uno spazio di libertà e invenzione. La sua opera ha rotto i confini tra realtà e finzione, tra lettore e autore, tra gioco e politica.

A distanza di decenni, leggere Cortázar significa ancora oggi partecipare a una sfida: accettare che la letteratura non sia un territorio sicuro, ma un campo di gioco instabile, un’esperienza aperta, un invito a guardare il mondo da un’angolazione sempre diversa.

mercoledì 11 febbraio 2026

Corso di storia della letteratura: Paz 1914

Octavio Paz 1914

Octavio Paz: poesia, identità e universalità di una voce messicana

1. Introduzione

Octavio Paz (1914–1998) rappresenta una delle voci più originali e influenti della letteratura del XX secolo. Poeta, saggista, diplomatico, intellettuale critico, il suo percorso unisce l’esperienza del Messico rivoluzionario e delle sue contraddizioni con una costante apertura al mondo: dall’Europa devastata dalla Guerra Civile spagnola all’India carica di spiritualità, dal Giappone estetico alla Francia surrealista. Il suo pensiero e la sua scrittura si collocano all’incrocio tra tradizione e modernità, identità nazionale e ricerca universale.

2. Vita e formazione di un intellettuale cosmopolita

La giovinezza di Paz è segnata dall’appartenenza a una famiglia di intellettuali vicina agli ideali rivoluzionari. Questa radice lo colloca sin da subito nel dialogo con la storia politica e sociale del suo Paese. Gli studi negli Stati Uniti e in Spagna lo mettono a contatto con la modernità europea e con le avanguardie. La sua partecipazione alla Guerra Civile spagnola a fianco dei repubblicani segna l’inizio di un rapporto tormentato con la politica, vissuta come tensione tra utopia e disillusione.

L’esperienza diplomatica successiva, che lo porta in Francia, in India e in Giappone, non è un semplice episodio biografico, ma una lente che plasma la sua opera. In India, in particolare, Paz entra in contatto con le filosofie orientali, con la concezione ciclica del tempo e con una dimensione spirituale che lo accompagnerà nella poesia e nella riflessione filosofica.

Il gesto delle dimissioni da ambasciatore in India nel 1968, in protesta contro la strage di Tlatelolco in Messico, rivela un tratto essenziale della sua figura: l’impossibilità di separare la parola poetica dalla responsabilità etica e politica.

3. Le opere principali e la loro portata critica

Il labirinto della solitudine (1950)

Opera fondativa della saggistica ispanoamericana, affronta l’identità messicana nella sua stratificazione storica: eredità precolombiane, ferita coloniale, modernità incompiuta. Paz legge la solitudine del Messico come una condizione esistenziale, ma anche come chiave per comprendere la sua vitalità e la sua tensione verso la libertà. Il libro resta un punto di riferimento imprescindibile per chiunque si interroghi sull’identità latinoamericana.

L’arco e la lira (1956)

Qui Paz riflette sulla poesia come esperienza totale: linguaggio, mito, conoscenza. La poesia non è evasione estetica, ma un atto che rimette l’uomo in contatto con il tempo originario e con il sacro. L’analisi del mito e della funzione del linguaggio colloca Paz in dialogo con la filosofia e l’antropologia contemporanee.

Pietra di sole (1957)

Considerato il suo capolavoro poetico, è un poema circolare ispirato al calendario azteco. La struttura ripetitiva evoca il tempo eterno, mentre i temi dell’amore e del destino si intrecciano con la ricerca di senso nell’esistenza. È un testo che condensa la fusione tra lirismo personale e radici cosmologiche messicane.

Libertà sulla parola (1960)

Raccolta di saggi che mettono in evidenza la riflessione di Paz sul surrealismo e sul linguaggio poetico. Qui emerge la tensione tra l’attrazione per le avanguardie e la critica verso i dogmi ideologici, sia politici che estetici.

Il mono gramático (1974)

Opera sperimentale, a metà tra poesia e filosofia, in cui il linguaggio diventa materia viva e autonoma. Qui si manifesta l’influenza dell’India e della sua riflessione sul suono, sul silenzio e sulla parola come atto creativo.

4. Temi centrali e innovazioni

  • Identità e solitudine: Paz indaga l’anima del Messico, non per esaltarla retoricamente, ma per comprenderne le contraddizioni. La solitudine diventa metafora universale della condizione umana.

  • Tempo e amore: in opere come Pietra di sole, il tempo non è lineare ma ciclico; l’amore è forza di rigenerazione e conoscenza.

  • Linguaggio e poesia: Paz vede la poesia come una forma di sapere, diversa ma non inferiore alla filosofia o alla scienza, capace di rivelare verità profonde.

  • Politica e libertà: pur essendo stato vicino a ideali rivoluzionari, Paz rifiutò i dogmi totalitari. La sua dimissione del 1968 è simbolo di una libertà intellettuale rara e coraggiosa

5. Stile e influenze

La scrittura di Paz è un crocevia di influenze:

  • dal surrealismo francese eredita l’apertura all’inconscio e al sogno;

  • dalla tradizione precolombiana attinge il senso ciclico del tempo e la simbologia mitica;

  • dalla filosofia orientale trae la dimensione contemplativa e la fusione tra parola e silenzio;

  • dalla poesia europea e americana assorbe modelli formali e dialoghi interculturali.

Il risultato è uno stile lirico, ma allo stesso tempo analitico, in cui la parola poetica convive con la riflessione filosofica.

6. Valore letterario e universale

Octavio Paz va oltre i confini della letteratura messicana e latinoamericana. La sua opera, pur radicata in un contesto specifico, diventa universale perché affronta i grandi temi dell’uomo: l’identità, il tempo, l’amore, la libertà. La sua capacità di unire poesia e saggistica, lirismo e critica, lo colloca tra i maggiori innovatori della letteratura del Novecento.

Il Premio Nobel per la Letteratura ricevuto nel 1990 non fu un semplice riconoscimento, ma la consacrazione di una figura che aveva saputo dare alla letteratura una funzione conoscitiva ed etica, oltre che estetica.

7. Conclusione

Octavio Paz incarna la figura dell’intellettuale globale, capace di portare il Messico nel mondo e il mondo dentro il Messico. La sua opera non è mai chiusa in un’identità particolare, ma sempre aperta al dialogo tra culture, epoche e discipline. In un secolo attraversato da ideologie e conflitti, Paz ha fatto della parola un atto di libertà e di conoscenza, mostrando che la poesia non è un lusso marginale, ma un modo necessario di abitare il tempo e di interrogare la condizione umana.

martedì 10 febbraio 2026

Corso di storia della letteratura: Duras 1914

Marguerite Duras 1914

Marguerite Duras: la scrittura come ferita e memoria

Marguerite Duras, nata il 4 aprile 1914 a Gia Định, nell’allora Indocina francese (oggi Vietnam), appartiene a quel ristretto gruppo di autori che hanno saputo trasformare la propria biografia in materia viva di creazione artistica. Figlia di coloni francesi, crebbe in un ambiente segnato da difficoltà economiche e da un rapporto conflittuale con la madre, elemento che avrebbe lasciato un’impronta incancellabile sulla sua sensibilità narrativa. In lei, l’esperienza dell’infanzia in una terra segnata da contrasti coloniali, insieme alla percezione di una marginalità sociale e affettiva, diventa nucleo originario di una scrittura che non smette di interrogare il dolore, il desiderio e la memoria.

L’esperienza politica e la frattura esistenziale

Trasferitasi in Francia, Duras studiò legge e scienze politiche a Parigi, ma presto la sua formazione intellettuale fu piegata dagli eventi storici. Durante l’occupazione nazista entrò nella Resistenza, aderendo per un periodo al Partito Comunista Francese, da cui sarebbe poi stata allontanata. Questa traiettoria politica non è un semplice dato biografico: essa testimonia l’intreccio tra impegno e disincanto, tra utopia e tradimento, che traspare anche nei suoi testi. La sua opera riflette sempre una frattura, una tensione irrisolta tra il desiderio di appartenenza e la condizione di estraneità, che si traduce in una scrittura spesso scarna, essenziale, ma gravida di silenzi eloquenti.

I romanzi della memoria e del desiderio

Il primo grande successo letterario, Una diga sul Pacifico (1950), mette in scena in chiave semi-autobiografica le lotte di una famiglia europea in Indocina. Qui Duras disegna un paesaggio in cui la natura e le istituzioni coloniali si uniscono per schiacciare la fragile esistenza dei protagonisti: la diga che non resiste all’oceano diventa metafora di un destino ineluttabile.

Con Moderato cantabile (1958), la scrittrice sperimenta una forma narrativa che fonde rarefazione linguistica e tensione emotiva. Attraverso un intreccio ridotto all’osso, in cui il desiderio emerge tra le pieghe del non detto, Duras afferma la sua poetica del silenzio: ciò che conta non è il fatto, ma l’eco che esso suscita nell’animo del lettore.

Il suo contributo al cinema, con la sceneggiatura di Hiroshima mon amour (1959), segna un punto di svolta. Qui il trauma storico (la bomba atomica) si intreccia con la memoria individuale, in un’opera che rompe i confini tra letteratura, cinema e filosofia. Non si tratta semplicemente di raccontare, ma di mostrare come la memoria sia frammentata, impossibile da ricomporre integralmente, e come il linguaggio stesso diventi veicolo di ferita.

Ne Il viceconsole (1966), Duras radicalizza la sua ricerca, affrontando i temi del colonialismo e della violenza attraverso una scrittura che mescola introspezione psicologica e analisi politica.

Infine, L’amante (1984), vincitore del Premio Goncourt, porta al massimo grado di raffinatezza la fusione tra autobiografia e invenzione letteraria. La relazione adolescenziale con un uomo cinese più anziano, ambientata nella Saigon coloniale, diventa una meditazione sulla differenza culturale, sul desiderio e sull’impossibilità di colmare le distanze che separano gli esseri umani.

Lo stile come scelta etica

Il valore letterario di Duras risiede soprattutto nella sua scrittura. Minimalista, frammentata, disadorna, essa è il contrario della prosa opulenta: lavora per sottrazione, per vuoti e sospensioni, costringendo il lettore a confrontarsi con l’indicibile. Non si tratta di un vezzo formale, ma di una vera e propria scelta etica: la parola deve dire solo ciò che è necessario, lasciando spazio all’invisibile e all’inesprimibile.

Il suo linguaggio ha spesso un carattere cinematografico: inquadrature rapide, dialoghi spezzati, ripetizioni che sembrano rimandare più al ritmo della pellicola che alla pagina scritta. In questo senso, Duras incarna perfettamente quella stagione culturale in cui i confini tra le arti si dissolvono e la letteratura si apre a contaminazioni radicali.

L’eredità di una scrittrice inclassificabile

Marguerite Duras muore a Parigi nel 1996, lasciando un corpus di opere che continua a dividere critica e lettori. Alcuni la considerano una delle voci più alte del Novecento francese, altri una figura eccessivamente legata al mito della propria biografia. Ciò che resta indiscutibile è la sua capacità di trasformare la fragilità in forza estetica: la sua scrittura, apparentemente esile, ha inciso con profondità nell’immaginario contemporaneo.

La sua frase più celebre – «Scrivere è tentare di sapere cosa scriveremmo se scrivessimo» – riassume bene la sua poetica: la letteratura non come risposta, ma come continua interrogazione.

lunedì 9 febbraio 2026

Corso di storia della letteratura: Burroughs 1914

William S. Burroughs 1914

William S. Burroughs:
vita, sperimentazione e influenza nella letteratura del Novecento

Introduzione

William Seward Burroughs (St. Louis, 5 febbraio 1914 – Lawrence, 2 agosto 1997) occupa una posizione centrale nella cultura letteraria e artistica del secondo Novecento. Figura controversa, segnata da dipendenze, esperienze di marginalità e sperimentazioni radicali, Burroughs si impose come uno dei protagonisti della Beat Generation e, successivamente, come precursore della sensibilità postmoderna e cyberpunk. La sua opera, segnata da una tensione costante tra autobiografia e visione allucinatoria, ha ampliato i confini della narrativa, sfidando convenzioni formali e tabù sociali.

Biografia e trauma fondativo

Nato in una famiglia agiata del Midwest, Burroughs studiò ad Harvard, per poi condurre una vita errabonda tra Europa e Stati Uniti, segnata da esperimenti con droghe e piccoli reati. Il punto di svolta della sua esistenza avvenne a Città del Messico nel 1951, quando, sotto l’effetto di sostanze, uccise accidentalmente la moglie Joan Vollmer. Questo episodio traumatico, spesso ricordato come un “atto fondativo”, non solo lo segnò psicologicamente, ma divenne la molla di un’esigenza narrativa che si tradusse in scrittura compulsiva e nella costruzione di un immaginario intriso di colpa, alienazione e ricerca di senso.

La Beat Generation e le sperimentazioni narrative

Trasferitosi a New York, Burroughs entrò in contatto con Jack Kerouac e Allen Ginsberg, diventando una delle figure cardine della Beat Generation. Tuttavia, la sua poetica si differenziava dall’energia spirituale di Kerouac o dall’impegno visionario di Ginsberg: il suo sguardo era più cupo, ossessivo, segnato dal corpo dipendente e dalla paranoia della sorveglianza.

L’innovazione principale di Burroughs fu l’adozione della tecnica del cut-up, sviluppata con l’artista Brion Gysin: un procedimento di frammentazione e ricomposizione testuale che destrutturava la linearità narrativa, dando vita a collages linguistici che riflettevano tanto il caos interiore quanto la disgregazione sociale. Questo metodo, ispirato alle avanguardie dadaiste e surrealiste, rappresentava un atto di rottura con l’idea tradizionale di autore come “voce unitaria”, anticipando riflessioni poststrutturaliste sulla morte dell’autore (Barthes, 1968).

Le opere principali

Il percorso letterario di Burroughs può essere suddiviso in cicli e fasi, ognuno caratterizzato da innovazioni e temi ricorrenti:

  • "Junky" (1953, trad. it. La scimmia sulla schiena): romanzo autobiografico sulla dipendenza da eroina, scritto in uno stile asciutto e documentaristico.

  • "Naked Lunch" (1959, trad. it. Pasto nudo): il suo capolavoro, oggetto di processi per oscenità. Attraverso scene frammentarie, descrive un universo distopico dominato da droga, controllo e decadenza.

  • La trilogia Nova (1961-64): The Soft Machine, The Ticket That Exploded e Nova Express, caratterizzate da cut-up e sperimentazione radicale, analizzano le dinamiche del potere e della manipolazione mediatica.

  • "Cities of the Red Night" (1981, trad. it. Le città della notte rossa): romanzo postmoderno che mescola utopia, fantascienza e critica sociale, ampliando l’orizzonte tematico verso visioni di storia alternativa e di rivoluzione sessuale.

Temi e influenza culturale

I temi centrali della produzione burroughsiana – alienazione, dipendenza, sessualità non normativa, potere e controllo sociale – si intrecciano con un immaginario visionario che ha avuto ricadute decisive nella cultura contemporanea. La sua scrittura anticipa:

  • il linguaggio del cyberpunk (si pensi a William Gibson, che ne riconobbe l’influenza);

  • la riflessione critica sui sistemi di sorveglianza e biopotere (in sintonia con le teorie foucaultiane);

  • l’estetica del frammento e del montaggio tipica della postmodernità.

Oltre la letteratura, Burroughs ha influenzato la musica (David Bowie, Patti Smith, Kurt Cobain), le arti visive e il cinema: basti pensare all’adattamento cinematografico di Naked Lunch realizzato da David Cronenberg nel 1991.

Conclusione

William S. Burroughs fu più di uno scrittore: fu un catalizzatore di linguaggi e immaginari che hanno scardinato convenzioni artistiche e culturali. La sua opera, nata da un vissuto marginale e da un trauma personale, divenne un laboratorio di sperimentazione che ha segnato la letteratura americana e mondiale del Novecento, gettando le basi di sensibilità artistiche che si ritrovano ancora oggi nella cultura digitale e postmoderna.


Bibliografia essenziale

  • Barthes, R. (1968). La mort de l’auteur. Paris: Seuil.

  • Burroughs, W.S. (1953). Junky. New York: Ace Books.

  • Burroughs, W.S. (1959). Naked Lunch. Paris: Olympia Press.

  • Burroughs, W.S. (1964). Nova Express. New York: Grove Press.

  • Burroughs, W.S. (1981). Cities of the Red Night. New York: Holt, Rinehart & Winston.

  • Gysin, B. & Burroughs, W.S. (1978). The Third Mind. New York: Viking Press.

  • Miles, B. (1992). William Burroughs: El Hombre Invisible. London: Virgin Books.

  • Morgan, T. (1988). Literary Outlaw: The Life and Times of William S. Burroughs. New York: Holt.

  • Murphy, T. (1997). Wising Up the Marks: The Amodern William Burroughs. Berkeley: University of California Press.


domenica 8 febbraio 2026

Corso di storia della letteratura: Merton 1915

Thomas Merton 1915

Thomas Merton (1915-1968) è stato un monaco cattolico, poeta, teologo e scrittore statunitense. È particolarmente noto per i suoi scritti sulla spiritualità e la vita contemplativa.
Ecco una breve panoramica della vita e dell'opera di Thomas Merton:
Infanzia e Giovinezza: Nato il 31 gennaio 1915 a Prades, Francia, Merton trascorse parte della sua infanzia in Francia e poi ritornò negli Stati Uniti. Dopo una giovinezza turbolenta e una conversione al cattolicesimo, entrò nella Trappista Abbey of Gethsemani nel Kentucky nel 1941.
Vita Monastica: Thomas Merton abbracciò la vita monastica come monaco trappista presso l'Abbazia di Gethsemani, dove trascorse la maggior parte della sua vita. Durante il periodo di vita monastica, Merton si dedicò alla preghiera, alla meditazione e allo studio.
Scritti Spirituali: Merton scrisse numerosi libri sulla vita spirituale, la preghiera e il dialogo interreligioso. Tra le sue opere più famose ci sono "The Seven Storey Mountain" (La montagna dei sette pianerottoli), una autobiografia che racconta la sua conversione e la sua chiamata alla vita monastica.
Impegno Sociale e Attivismo: Nonostante la vita ritirata del monachesimo, Merton si interessò profondamente alle questioni sociali e politiche del suo tempo, inclusi i diritti civili e la resistenza alla guerra. Fu coinvolto in dibattiti contro la guerra del Vietnam e sviluppò un forte impegno per il dialogo interreligioso.
Morte: Thomas Merton morì il 10 dicembre 1968, in Thailandia, dove stava partecipando a una conferenza monastica. La sua morte avvenne in circostanze tragiche quando ricevette una scossa elettrica da un ventilatore difettoso.
La sua eredità vive attraverso i suoi scritti, che continuano ad ispirare molte persone nel loro cammino spirituale e nella ricerca di una vita più profonda e significativa.
"Nessuna è una isola" di Thomas Merton: Questa raccolta di saggi del monaco cattolico Thomas Merton esplora temi di pace, giustizia sociale e dialogo interreligioso. Merton è stato un sostenitore dell'inclusione e della pace.

sabato 7 febbraio 2026

Corso di storia della letteratura: Miller 1915

Arthur Miller 1915

Arthur Miller:
dramma, società e critica del sogno americano

Introduzione

Arthur Miller (New York, 17 ottobre 1915 – Roxbury, 10 febbraio 2005) è unanimemente riconosciuto come uno dei più significativi drammaturghi del Novecento. La sua opera teatrale non si limita a rappresentare conflitti individuali e familiari, ma si estende a una critica radicale delle contraddizioni sociali e politiche degli Stati Uniti. La Grande Depressione, il maccartismo e il fallimento del “sogno americano” sono coordinate imprescindibili per comprendere la sua scrittura, che coniuga realismo psicologico e impegno civile¹.


Formazione e contesto

Miller nacque in una famiglia ebrea di origine polacca, la cui stabilità economica fu duramente colpita dalla crisi del 1929. Questa esperienza precoce di precarietà e disillusione sociale influenzò profondamente la sua visione del mondo e il suo teatro². Gli studi all’Università del Michigan gli fornirono le prime occasioni per cimentarsi con la scrittura drammatica, parallelamente a lavori manuali che lo misero in diretto contatto con le condizioni della working class americana.


Impegno civile e la stagione del maccartismo

Negli anni Cinquanta, Miller divenne una delle voci più autorevoli del teatro impegnato. Convocato dal Comitato per le Attività Antiamericane (HUAC) nel 1956, rifiutò di denunciare colleghi e amici sospettati di simpatie comuniste. Questo gesto di integrità morale lo colloca nel solco degli intellettuali che difesero la libertà di espressione in un periodo segnato dalla paura e dal conformismo politico³. La vicenda trovò eco drammaturgica in The Crucible (Le streghe di Salem, 1953), in cui il processo alle streghe diventa un’allegoria della “caccia alle streghe” anticomunista.


Temi e poetica

La poetica di Miller si fonda su alcuni nuclei tematici costanti:

  • Il sogno americano: rappresentato come promessa di successo e prosperità, ma che spesso si rivela illusione distruttiva.

  • La famiglia: teatro primario dei conflitti, specchio della tensione tra individuo e società.

  • La responsabilità morale: la tensione etica dei suoi personaggi deriva dal confronto con una società spersonalizzante.

In Death of a Salesman (Morte di un commesso viaggiatore, 1949), Willy Loman incarna il fallimento di un uomo che crede ciecamente nell’ideale del successo personale, senza rendersi conto che il sistema economico lo ha reso sacrificabile⁴. La figura del commesso viaggiatore diventa così simbolo della fragilità umana di fronte alle promesse disattese del capitalismo.


Opere principali e ricezione critica

  • Le streghe di Salem (1953): allegoria del maccartismo, ma anche riflessione universale sui meccanismi della paura collettiva e del fanatismo.

  • Morte di un commesso viaggiatore (1949): tragedia moderna che combina linguaggio quotidiano e struttura drammatica classica.

  • Il prezzo (1968): riflessione sul peso del passato e delle scelte individuali attraverso il conflitto tra due fratelli.

  • A View from the Bridge (Uno sguardo dal ponte, 1955): esplorazione delle tensioni culturali e familiari tra immigrati italiani a New York.

La critica ha sottolineato come Miller, pur attingendo al realismo, abbia saputo integrare elementi simbolici e strutture tragiche di ascendenza classica, rinnovando il dramma moderno⁵.


La dimensione biografica e il mito Monroe

Il matrimonio con Marilyn Monroe (1956-1961) contribuì a rafforzare l’immagine pubblica di Miller, spesso riducendolo, in chiave mediatica, a “drammaturgo di Marilyn”. In realtà, le lettere e i diari dimostrano che quel rapporto fu segnato da profonde tensioni personali e da un’inconciliabile differenza tra l’universo mediatico hollywoodiano e la vocazione etica del drammaturgo⁶.


Eredità letteraria

Arthur Miller appartiene alla tradizione dei grandi autori americani capaci di trasformare la scena teatrale in un luogo di analisi sociale. Il suo teatro ha influenzato drammaturghi come Tony Kushner e David Mamet, mantenendo intatta la sua capacità di interpellare il pubblico contemporaneo. L’universalità della sua scrittura risiede nel mettere in scena individui comuni travolti da sistemi più grandi di loro, restituendo così al teatro la funzione di specchio critico della società.


Conclusione

Miller non fu solo un cronista delle contraddizioni del Novecento americano, ma un autore che utilizzò il teatro come spazio etico e politico. Nella parabola dei suoi personaggi – da Willy Loman alle vittime di Salem – si riflettono le fragilità dell’uomo moderno, la solitudine, la ricerca di dignità. La sua opera rimane un invito a interrogarsi sul rapporto tra giustizia, verità e libertà in una società fondata sul mito, spesso ingannevole, del successo individuale.


Note

  1. Bigsby, C. W. E., Arthur Miller: A Critical Study, Cambridge, 2005.

  2. Roudané, M. C., Cambridge Companion to Arthur Miller, Cambridge, 1997.

  3. Navasky, V., Naming Names, New York, 1980.

  4. Miller, Arthur, Death of a Salesman, New York, 1949.

  5. Welland, Dennis, Arthur Miller: The Playwright, London, 1983.

  6. Rollyson, Carl, Marilyn Monroe: A Life of the Actress, New York, 1986.


Bibliografia essenziale

  • Bigsby, Christopher W. E., Arthur Miller: A Critical Study, Cambridge University Press, 2005.

  • Miller, Arthur, The Crucible, New York, 1953.

  • Miller, Arthur, Death of a Salesman, New York, 1949.

  • Roudané, Matthew C., The Cambridge Companion to Arthur Miller, Cambridge University Press, 1997.

  • Welland, Dennis, Arthur Miller: The Playwright, Methuen, 1983.


venerdì 6 febbraio 2026

Corso di storia della letteratura: Dahl 1916

Roald Dahl 1916

Roald Dahl:
biografia, opere e valore letterario

Dopo un periodo di lavoro in Africa per la compagnia petrolifera Shell, Dahl entrò nella Royal Air Force durante la Seconda guerra mondiale. La sua esperienza militare fu bruscamente interrotta da un incidente aereo che lo lasciò gravemente ferito^[1]. Proprio da tale esperienza egli trasse non soltanto ispirazione per i primi racconti pubblicati su riviste statunitensi, ma anche una percezione acuta della fragilità umana, spesso tradotta in figure di adulti autoritari, violenti o grotteschi, contrapposti a bambini capaci di resistenza e inventiva.

L’universo infantile e la critica sociale

La narrativa di Dahl per l’infanzia, inaugurata con James and the Giant Peach (1961), si distingue per un costante equilibrio fra dimensione fiabesca e critica sociale. In opere come Charlie and the Chocolate Factory (1964) e il suo seguito Charlie and the Great Glass Elevator (1972), l’autore articola un duplice movimento: da un lato la creazione di universi fantastici, popolati di invenzioni linguistiche e architetture narrative straordinarie, dall’altro la denuncia dei vizi e delle storture della società contemporanea. I bambini protagonisti incarnano non solo la speranza e la resilienza, ma anche la possibilità di un riscatto etico nei confronti del mondo adulto, spesso corrotto o crudele^[2].

Il tono ludico, coniugato a un lessico inventivo e a un ritmo narrativo rapido, si accompagna quasi sempre a un sottotesto inquietante. È il caso di Matilda (1988), dove la protagonista, bambina prodigio, affronta l’ostilità dei genitori e la tirannia della direttrice Trinciabue. L’opera mette in scena una parabola della conoscenza e della resilienza, riflettendo sulla capacità del sapere e dell’immaginazione di sovvertire i rapporti di potere. Analogamente, The BFG (1982) propone la figura di un gigante buono che, in contrasto con i suoi simili divoratori di uomini, incarna la possibilità di un’alterità etica fondata su bontà e generosità^[3].

La narrativa per adulti e la poetica del grottesco

Se i romanzi per l’infanzia sono universalmente noti, non meno rilevante è la produzione di Dahl destinata a un pubblico adulto. Raccolte di racconti come Someone Like You (1953) e Kiss Kiss (1960) manifestano un gusto per il macabro e per l’umorismo nero, con trame che spesso culminano in un twist ending, capace di destabilizzare il lettore e riflettere su ipocrisie e crudeltà quotidiane. The Wonderful Story of Henry Sugar (1977) e altri racconti successivi mettono in luce un’attenzione per il tema della metamorfosi e del destino, declinati attraverso uno stile tagliente e una costruzione narrativa precisa, che hanno fatto di Dahl un maestro del racconto breve, al pari di autori come Saki o O. Henry^[4].

Ricezione critica, adattamenti e lascito culturale

La ricezione critica di Dahl è stata variabile: se da un lato la critica letteraria ha spesso sottolineato la crudezza e la trasgressione dei suoi testi per l’infanzia, dall’altro ne ha elogiato la capacità di rispettare l’intelligenza dei giovani lettori e di stimolare la loro fantasia^[5]. Numerosi adattamenti cinematografici e teatrali, tra cui Willy Wonka & the Chocolate Factory (1971) e le più recenti versioni di Matilda, hanno consolidato la sua fama globale, dimostrando la versatilità e la forza immaginativa delle sue opere.

Il lascito di Dahl nella cultura contemporanea non si limita alla letteratura infantile: la sua capacità di fondere humour, grottesco e critica sociale ha influenzato generazioni di autori, illustratori e sceneggiatori. La sua opera testimonia come la letteratura per l’infanzia possa essere strumento di educazione emotiva e critica, oltre che fonte di puro piacere estetico. La sua narrativa rimane un invito a riconoscere il valore dell’immaginazione e della resistenza morale, anche di fronte alle ingiustizie e alla brutalità del mondo adulto^[6].

Note

  1. Sturrock, Donald, Storyteller: The Life of Roald Dahl, London, HarperCollins, 2010.

  2. West, Mark I., Roald Dahl, New York, Twayne Publishers, 1992.

  3. Hunt, Peter (ed.), Children’s Literature: An Anthology 1801–1902, Oxford, Blackwell, 2001.

  4. Nash, Ilana, “Darkness and Delight: Roald Dahl and the Aesthetics of Ambivalence,” in Children’s Literature Association Quarterly, Vol. 27, No. 3, 2002.

  5. Carpenter, Humphrey, Roald Dahl: A Biography, London, Weidenfeld & Nicolson, 1985.

  6. Blake, L. & Green, K., The Magic of Roald Dahl: Literature and Legacy, New York, Routledge, 2015.


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