venerdì 13 marzo 2026

Corso di storia della letteratura: Borges 1899

Jorge Luis Borges 1899

Jorge Luis Borges (1899–1986) è stato uno dei più grandi scrittori del XX secolo, nato a Buenos Aires nel 1899. Poeta, saggista, e soprattutto maestro del racconto breve, Borges ha rivoluzionato la letteratura con il suo stile erudito e visionario, fondendo metafisica, letteratura, filosofia e matematica.

Temi ricorrenti nelle sue opere:

  • Labirinti e specchi, simboli dell’infinito e della complessità della realtà.
  • Libri immaginari e biblioteche infinite, come nella celebre La biblioteca di Babele.
  • Il tempo e l’identità, spesso affrontati in chiave paradossale e filosofica.
  • L’infinito, il sogno, la finzione, come modi per interrogare la verità.

Opere principali:

  • Finzioni (1944)
  • L’Aleph (1949)
  • Il libro di sabbia (1975)

Borges divenne cieco in età adulta, ma continuò a scrivere e insegnare. Non ricevette mai il Premio Nobel, ma la sua influenza è mondiale.

"Finzioni" di Jorge Luis Borges è una raccolta di racconti che esplora temi complessi e concetti filosofici attraverso la narrazione di storie intricate. Uno dei passi significativi in questo libro è l'apertura del racconto "La biblioteca di Babele", che introduce il lettore a uno dei concetti chiave del libro e della scrittura di Borges in generale.

Nel racconto "La biblioteca di Babele", Borges immagina un universo infinito costituito da una biblioteca che contiene tutti i libri possibili, compresi quelli mai scritti o mai da scrivere. Questa biblioteca rappresenta un'idea di infinità e il desiderio umano di conoscenza, ma allo stesso tempo evidenzia l'impossibilità di raggiungere una conoscenza completa o trovare un senso in un universo così vasto. Il passo iniziale del racconto descrive la biblioteca stessa e il suo significato metaforico, e si può considerare uno dei momenti più significativi del libro:

"La biblioteca di Babele contiene tutti i libri, ovvero contiene l'informazione di tutti i libri che si possono scrivere, o che si sono scritti, o che si scriveranno: questo e un luogo metafisico o 'cielo' (che altri direbbero inferno) dei feticisti di cui parla Chesterton: 'L'uomo primitivo, per esempio, e l'uomo che cerca di fondere tutte le donne della terra in una sola, e il pazzo e l'uomo che cerca di fondere tutte le lettere dell'alfabeto in una sola.'"

Questo passo iniziale del racconto cattura l'immaginazione del lettore e pone le basi per la riflessione su concetti come la conoscenza, l'infinità, la creazione e la ricerca del significato nella letteratura di Borges.

giovedì 12 marzo 2026

Corso di storia della letteratura: Platonov 1899

Andrei Platonov 1899


Andrei Platonov, pseudonimo di Andrei Platonovič Klimentov, è stato uno scrittore e romanziere russo nato il 28 agosto 1899 a Voronež, nell'Impero Russo, e morto il 5 gennaio 1951 a Mosca, Unione Sovietica.

Platonov è noto per la sua prosa innovativa e la sua critica al sistema sovietico, anche se gran parte del suo lavoro non fu pubblicato o venne censurato durante la sua vita a causa della sua critica sociale e politica.

Le sue opere riflettono la dura realtà della vita nelle campagne sovietiche e criticano l'ideologia comunista ufficiale. I suoi romanzi e racconti affrontano temi come la collettivizzazione agricola, l'industrializzazione forzata, le contraddizioni del sistema sociale e le difficoltà della vita rurale nell'Unione Sovietica.

Uno dei suoi romanzi più celebri è "Chevengur", pubblicato nel 1928, una narrazione visionaria che esplora le utopie e le disillusioni della rivoluzione russa attraverso una comunità immaginaria.

Platonov fu considerato un autore non conformista durante il periodo sovietico, e gran parte del suo lavoro non ricevette il riconoscimento che meritava fino a molto tempo dopo la sua morte. Le sue opere furono riscoperte negli anni '60 e '70, guadagnando ammirazione per la loro originalità stilistica e la profondità dei temi trattati.

La sua prosa è caratterizzata da uno stile innovativo, spesso con un uso peculiare del linguaggio che mira a catturare l'essenza della vita e del pensiero delle persone comuni nell'URSS del periodo. Andrei Platonov morì a Mosca nel 1951, ma il suo lavoro è stato rivalutato negli anni successivi,  venendo riconosciuto come una voce importante della letteratura russa del XX secolo, con un impatto duraturo sulla cultura e sulla letteratura mondiale.


mercoledì 11 marzo 2026

Corso di storia della letteratura: Prévert 1900

Jacques Prévert 1900

Jacques Prévert (Neuilly-sur-Seine, 4 febbraio 1900 – Omonville-la-Petite, 11 aprile 1977) è stato uno dei poeti e sceneggiatori più amati di Francia, capace di mescolare semplicità e profondità, ironia e malinconia, in un linguaggio che parlava tanto al popolo quanto agli intellettuali.

Cresciuto in una famiglia modesta, con un padre impiegato e una madre appassionata di teatro, Prévert sviluppò presto un gusto per le storie, le immagini vivide e i giochi di parole. Dopo un’adolescenza irrequieta e il servizio militare, entrò in contatto con gli ambienti artistici parigini e con il movimento surrealista, frequentando figure come André Breton e Louis Aragon. Pur affascinato dall’energia sovversiva di quel gruppo, se ne distaccò presto: la sua poesia, pur intrisa di libertà creativa, rifiutava il criptico e l’ermetico, preferendo parlare con chiarezza e immediatezza.

La svolta arrivò nel 1946 con la pubblicazione di Paroles, una raccolta che avrebbe conquistato un pubblico vastissimo, rompendo la barriera tra poesia “alta” e popolare. Nei suoi versi, Prévert raccontava l’amore, la guerra, la povertà, l’infanzia e la città di Parigi con un tono insieme tenero e disincantato. Usava un linguaggio quotidiano, fatto di immagini immediate e spesso di un umorismo delicato, per affrontare temi profondi senza mai cadere nella retorica.

Molte sue poesie furono messe in musica e diventarono canzoni entrate nell’immaginario collettivo. Tra queste, Les Feuilles Mortes (“Foglie morte”), resa celebre da Yves Montand e, in seguito, da Edith Piaf, e Déjeuner du matin, un testo brevissimo e folgorante che, dietro la descrizione di un gesto banale, cela la ferita della perdita e della separazione.

Parallelamente alla poesia, Prévert fu un grande sceneggiatore. Lavorò spesso con il regista Marcel Carné, firmando opere fondamentali del cinema francese come Les Enfants du Paradis (“I bambini del paradiso”, 1945), considerato da molti il miglior film francese di tutti i tempi. Le sue sceneggiature, proprio come i suoi versi, erano animate da personaggi vivi, dialoghi musicali e una profonda empatia verso gli umili e gli emarginati.

Prévert rimase fino alla fine un artista libero, allergico alle mode e alle convenzioni, capace di unire critica sociale, tenerezza e spirito giocoso. La sua poesia è ancora oggi letta nelle scuole francesi e amata dal grande pubblico, segno che, nonostante il tempo, i suoi versi continuano a parlare con la stessa freschezza e sincerità di quando furono scritti.

Nella sua opera, la vita quotidiana diventa arte, e l’arte diventa un modo di guardare il mondo con occhi più attenti, più ironici e più umani.



martedì 10 marzo 2026

Corso di storia della letteratura: De Filippo 1900

Eduardo De Filippo 1900

Il 24 maggio 1900, a Napoli, nasceva un bambino destinato a diventare uno dei più grandi protagonisti della scena teatrale italiana: Eduardo De Filippo. Figlio illegittimo del celebre attore e commediografo Eduardo Scarpetta e di Luisa De Filippo, Eduardo crebbe immerso nell’atmosfera magica e frenetica del teatro, respirandone ogni odore e suono fin da piccolo.

Assieme ai fratelli Peppino e Titina, formò la compagnia I De Filippo, che conquistò in breve tempo il cuore del pubblico e un posto d’onore nel panorama teatrale italiano. Ma il sodalizio si ruppe nel 1944: da quel momento, Eduardo proseguì da solo il suo cammino, fondando la compagnia Teatro di Eduardo e portando in scena opere nuove, capaci di fondere tradizione e innovazione, sempre profondamente radicate nella cultura e nell’anima napoletana.

Eduardo non fu solo attore e autore: di molte opere fu anche regista, e il suo talento lo portò a lavorare nel cinema e in televisione, conquistando fama ben oltre i confini nazionali. Il riconoscimento ufficiale arrivò nel 1981, quando il Presidente Sandro Pertini lo nominò senatore a vita per meriti artistici e civili. Morì a Roma il 31 ottobre 1984, lasciando un patrimonio culturale che ancora oggi continua a vivere sulle scene.

🎭 Un teatro che è vita

Eduardo scrisse oltre 50 commedie, molte delle quali sono oggi pilastri del teatro contemporaneo. Le sue opere si muovono tra commedia e dramma, osservando con occhio attento e partecipe la condizione umana e i problemi sociali.
Tra i suoi capolavori ricordiamo:

  • Napoli milionaria! (1945) – Un ritratto amaro della Napoli del dopoguerra, con la celebre frase finale "Ha da passà ’a nuttata".
  • Filumena Marturano (1946) – La storia intensa di una donna che lotta per dare un futuro e un nome ai suoi figli.
  • Questi fantasmi! (1946) – Un gioco sottile tra illusione e disillusione, in un palazzo popolato da presenze misteriose.
  • Le voci di dentro (1948) – Un viaggio tra sogno e realtà che racconta la crisi morale dell’Italia del dopoguerra.
  • Il sindaco del rione Sanità (1960) – Una denuncia sociale sulla camorra e sui meccanismi del potere.
  • Gli esami non finiscono mai (1973) – Una riflessione ironica e amara sul continuo giudizio che la società impone all’individuo.

Molte di queste opere sono state adattate per il cinema e la televisione, con lo stesso Eduardo come protagonista.

🌍 Un’eredità senza tempo

Eduardo De Filippo è considerato uno dei massimi drammaturghi italiani del Novecento, al pari di Luigi Pirandello e Dario Fo. Il suo teatro è un equilibrio perfetto tra realismo e simbolismo, tra risata e commozione, capace di parlare a tutti pur restando radicato nel dialetto napoletano.

Attraverso i suoi testi ha raccontato la miseria e la dignità, l’ingiustizia e la speranza, trasformando storie locali in racconti universali. La sua influenza è arrivata fino alle nuove generazioni di attori e autori, e le sue opere vengono ancora oggi rappresentate e studiate in tutto il mondo.

Dopo la sua morte, il Teatro San Ferdinando di Napoli, che lui stesso aveva restaurato, è diventato un luogo simbolo della sua memoria e del suo insegnamento.

Eduardo non fu solo un grande autore: fu un interprete del suo tempo, un uomo capace di far ridere e piangere nella stessa sera, e di lasciare un segno indelebile nella cultura italiana e internazionale.


lunedì 9 marzo 2026

Corso di storia della letteratura: Quasimodo 1901

Salvatore Quasimodo 1901

Salvatore Quasimodo vide la luce il 20 agosto 1901 a Modica, nel cuore assolato della Sicilia. Suo padre, capostazione, lo trascinò fin da bambino in un continuo andirivieni tra paesi e paesaggi isolani: binari assolati, mari lontani, colline di pietra e vento. Quel nomadismo infantile, fatto di partenze e arrivi, di stazioni sospese nel silenzio e di cieli che cambiavano colore con le stagioni, lasciò un’impronta profonda nella sua anima e nei suoi versi futuri.

Dopo aver frequentato la scuola tecnica, Quasimodo si iscrisse a ingegneria tra Roma e Palermo. Ma le formule e i calcoli non riuscirono mai a eguagliare il richiamo della poesia. Il giovane Salvatore, inquieto e sensibile, comprese presto che il suo destino non si sarebbe compiuto sui ponti e sulle strade progettati sulla carta, ma tra le righe di un quaderno e i silenzi pieni di parole non ancora dette.

Nel 1930 si trasferì a Firenze, città che in quegli anni era un crocevia di intellettuali e artisti. Fu qui che incontrò il gruppo dell’ermetismo, un movimento poetico che predicava una scrittura essenziale, rarefatta, quasi misteriosa, fatta di immagini simboliche e di suggestioni più che di spiegazioni. La sua prima raccolta, Acque e terre (1930), fu un esordio folgorante: poche parole, pesate come pietre preziose, capaci di aprire squarci sull’invisibile.

Oltre a scrivere, Quasimodo si dedicò alla traduzione, riportando in vita in lingua italiana la voce di grandi autori dell’antichità: Omero, Sofocle, Virgilio. Non si limitava a trasporre il testo: cercava di restituire il ritmo, il respiro, l’anima di quelle parole lontane, rendendole di nuovo vive e moderne.

Poi venne la Seconda guerra mondiale, e con essa un cambiamento profondo. La poesia di Quasimodo smise di essere soltanto un’introspezione interiore e diventò un grido civile. Dal 1945 in poi, i suoi versi si aprirono alla realtà storica: Giorno dopo giorno (1947) e Alle fronde dei salici sono esempi potenti di questa svolta, in cui la tragedia collettiva della guerra si intreccia al dolore personale.

La sua carriera proseguì con raccolte come La vita non è sogno (1949), Il falso e il vero verde (1956) e Dare e avere (1966), ultima sua opera, in cui tornò a riflettere sul senso dell’esistenza, intrecciando memoria e bilanci di vita.

Il 1959 fu l’anno della consacrazione: Quasimodo ricevette il Premio Nobel per la Letteratura, con la motivazione di aver “interpretato con ardente classicità i tragici sentimenti della vita del nostro tempo”. Era il riconoscimento di una voce che aveva saputo unire due anime: quella raffinata e simbolica dell’ermetismo e quella intensa e diretta della poesia civile.

Morì a Napoli il 14 giugno 1968, lasciando dietro di sé un’eredità poetica di straordinaria forza. La sua influenza si avverte ancora oggi: nei suoi versi si ritrova la solitudine dell’uomo moderno, ma anche un filo di speranza, una ricerca di senso che non si arrende mai.

Le due stagioni della sua poesia

  • Fase ermetica (1930-1942) – Acque e terre (1930), Oboe sommerso (1932), Erato e Apòllion (1936), Ed è subito sera (1942). Qui domina il simbolo, il verso breve, la concentrazione di senso e immagine.
  • Fase dell’impegno civile (dal 1945 in poi) – Giorno dopo giorno (1947), La vita non è sogno (1949), Il falso e il vero verde (1956), Dare e avere (1966). Qui emergono la storia, la guerra, la giustizia sociale.

Il lascito
Quasimodo è ricordato come uno dei massimi poeti del Novecento. Seppe dare voce tanto al mistero dell’interiorità umana quanto alla rabbia e alla compassione per le vicende collettive. La sua poesia è una lente che ingrandisce il dolore e la bellezza del mondo, trasformandoli in musica e memoria.


domenica 8 marzo 2026

Corso di storia della letteratura: von Horváth 1901

Ödön von Horváth 1901

Ödön von Horváth – Il poeta tragico della piccola borghesia

Immaginate l’Europa dei primi del Novecento: confini che cambiano, imperi che si sgretolano, città brulicanti di lingue, culture e contraddizioni.
In questo scenario, il 9 dicembre 1901, nasce a Sušak – oggi parte di Fiume, in Croazia – Ödön von Horváth, figlio di un diplomatico ungherese. Il suo destino, fin dall’inizio, è quello di non appartenere mai a un solo luogo.

L’infanzia e l’adolescenza sono un continuo migrare: Belgrado, Budapest, Monaco di Baviera, Vienna. Ogni città lascia un segno: le luci e le ombre delle capitali mitteleuropee, la durezza della provincia, il fascino e la decadenza di un’epoca al tramonto.
Questa vita nomade plasma il suo sguardo: cosmopolita, ironico, ma capace di una lucidità spietata verso l’ipocrisia sociale.

📜 Gli anni di Berlino e il teatro della Repubblica di Weimar

Dopo gli studi a Vienna e Monaco, Horváth si trasferisce a Berlino, cuore pulsante della cultura e dell’avanguardia degli anni ’20.
La Repubblica di Weimar è un laboratorio di idee, ma anche un luogo di inquietudini: in teatro si sperimentano nuovi linguaggi, dalla crudezza dell’espressionismo alla forza del teatro epico di Brecht.

Horváth si inserisce in questo clima con uno stile tutto suo: dialoghi brevi, taglienti come coltelli, storie in cui l’illusione romantica si scontra con la durezza della vita.
Ma già nei primi anni ’30, il vento sta cambiando: il nazismo avanza, e il suo teatro, critico e anticonformista, diventa scomodo. Nel 1933, con Hitler al potere, le sue opere vengono messe al bando.

🌍 L’esilio e la fine improvvisa

Costretto a lasciare Berlino, Horváth si rifugia a Vienna, poi a Parigi. Vive un’esistenza precaria, tra scrittura e fughe continue, mentre l’Europa scivola verso la guerra.

Il 1º giugno 1938, il destino lo coglie nel modo più assurdo e imprevedibile: mentre cammina sugli Champs-Élysées durante una tempesta, un ramo si stacca da un albero e lo colpisce alla testa. Muore sul colpo, a soli 36 anni. Una morte beffarda, quasi da scena teatrale, per uno scrittore che aveva raccontato il tragico intrecciarsi di caso e destino.

🎭 Opere principali

  • I racconti del bosco viennese (Geschichten aus dem Wiener Wald, 1931)
    Un dramma amaro ambientato nella Vienna degli anni ’30, dove il sogno d’amore si frantuma contro una società cinica e conformista.

  • Gioventù senza Dio (Jugend ohne Gott, 1937)
    Romanzo coraggioso che svela l’educazione autoritaria della Germania nazista, narrato dalla voce disincantata di un insegnante.

  • Fede, amore, speranza (Glaube, Liebe, Hoffnung, 1932)
    Il percorso disperato di una donna che tenta di sopravvivere in un mondo indifferente, simbolo della crudeltà sociale ed economica.

  • Kasimir e Karoline (1932)
    L’Oktoberfest diventa metafora di una società in crisi: tra giostre e luci, si consumano amori e illusioni, sullo sfondo della depressione economica.

  • Figli di nessuno (Ein Kind unserer Zeit, 1938, postumo)
    Un giovane disoccupato si trasforma in soldato fanatico, ritratto impietoso del potere dell’indottrinamento.

Temi e stile

Horváth possedeva un talento raro: cogliere il dramma collettivo nei gesti quotidiani.
Il suo teatro e i suoi romanzi si muovono su tre assi fondamentali:

  1. Dialoghi brevi e taglienti – dietro la banalità del parlato, si nasconde il vuoto morale.
  2. Grottesco – il riso e il pianto convivono nella stessa scena, rivelando la crudeltà sotto l’apparente normalità.
  3. Critica sociale – la piccola borghesia è il bersaglio privilegiato, smascherata nelle sue paure e nei suoi compromessi.

📌 Eredità

Oggi Horváth è considerato, accanto a Brecht e Döblin, una delle voci più importanti della letteratura tedesca del primo Novecento.
Il suo teatro è ancora attuale: parla di conformismo, di manipolazione politica, di come le persone si aggrappino a illusioni mentre intorno cresce la tempesta.

Horváth ci ricorda che la tragedia non è sempre fragorosa: a volte, arriva in silenzio, come un ramo che cade dal cielo.



sabato 7 marzo 2026

Corso di storia della letteratura: Hughes 1902

Langston Hughes 1902

Langston Hughes – La voce poetica dell’anima afroamericana

James Mercer Langston Hughes nacque il 1º febbraio 1902 a Joplin, nel Missouri, in una famiglia afroamericana della classe media. La sua infanzia fu segnata da un evento cruciale: la separazione dei genitori. Questa frattura lo portò a vivere per anni con la nonna materna, Mary Patterson Langston, donna colta e orgogliosa delle proprie radici, che aveva sposato un combattente abolizionista e partecipato da vicino alla stagione della Ricostruzione post-guerra civile. Fu lei a trasmettere al giovane Langston un profondo senso di dignità, resilienza e consapevolezza storica della condizione nera in America. Non erano solo storie di famiglia, ma vere e proprie lezioni di storia orale, impregnate di coraggio e speranza.

Più tardi Hughes avrebbe scritto:

“Hold fast to dreams, for if dreams die, life is a broken-winged bird that cannot fly.”
(Aggrappati ai sogni, perché se i sogni muoiono, la vita è un uccello dalle ali spezzate che non può volare.)

Dopo la morte della nonna, Hughes si riunì alla madre, spostandosi in diverse città e cambiando spesso scuola. Quella vita nomade lo rese osservatore attento delle persone, dei loro modi di parlare, dei colori e dei suoni delle comunità afroamericane, che sarebbero poi diventati materia viva della sua poesia. Fin da adolescente sviluppò un amore ardente per la letteratura e la poesia, nutrendosi tanto dei classici americani quanto delle canzoni blues sentite nei locali e per strada.

Iscrittosi alla Columbia University, Hughes presto capì che il mondo accademico, impregnato di discriminazioni e formalismi, non era il suo vero orizzonte. Abbandonò gli studi e intraprese viaggi che lo portarono in Europa e in Africa, lavorando nei contesti più disparati: marinaio, cameriere, lavapiatti. Quei viaggi non furono semplici spostamenti geografici, ma esperienze formative che allargarono il suo sguardo sul mondo e gli fecero cogliere i legami tra le lotte dei popoli oppressi.

Al suo ritorno negli Stati Uniti, si stabilì a New York, nel quartiere di Harlem, che negli anni ’20 era un crocevia esplosivo di creatività e fermento culturale: la Harlem Renaissance. Hughes ne divenne una figura centrale, portando nella poesia e nella prosa la lingua, i ritmi e le storie della gente comune. La sua arte rifiutava di filtrare o addolcire la realtà per compiacere il pubblico bianco; voleva che la cultura afroamericana si mostrasse autentica, orgogliosa, senza compromessi.

Come scrisse in un saggio programmatico del 1926:

“We younger Negro artists… intend to express our individual dark-skinned selves without fear or shame.”
(Noi giovani artisti neri… intendiamo esprimere noi stessi, con la nostra pelle scura, senza paura né vergogna.)

Opere principali

Langston Hughes fu autore prolifico e versatile, capace di spaziare tra poesia, narrativa, teatro e saggistica. La sua scrittura, limpida e musicale, era spesso intrisa dei ritmi del jazz e del blues, che non usava solo come sfondo, ma come struttura stessa del testo.

  • The Weary Blues (1926) – La raccolta d’esordio, in cui fonde lirismo e ritmo blues, dando voce alla malinconia e alla forza della condizione afroamericana.
  • Fine Clothes to the Jew (1927) – Poesie che esplorano con crudezza e ironia povertà, amore e ingiustizia sociale.
  • Not Without Laughter (1930) – Romanzo semi-autobiografico che racconta la crescita di un giovane afroamericano in Kansas, tra discriminazioni e piccoli momenti di gioia.
  • The Ways of White Folks (1934) – Racconti che mettono in luce le tensioni razziali degli Stati Uniti degli anni ’30, con un tono tanto diretto quanto pungente.
  • Montage of a Dream Deferred (1951) – Opera poetica sperimentale che, con ritmo jazz e tecnica del flusso di coscienza, esprime la frustrazione e le speranze irrisolte della comunità nera.
  • Il ciclo di Jesse B. Semple – Racconti umoristici e ironici su “Simple”, un uomo comune di Harlem, capace di smascherare con sagacia le contraddizioni della società.

In Harlem (1951), una poesia contenuta in Montage of a Dream Deferred, Hughes condensò in pochi versi una domanda che ancora oggi riecheggia:

“What happens to a dream deferred?
Does it dry up
like a raisin in the sun?”
(Cosa accade a un sogno rinviato?
Si secca
come un’uvetta al sole?)

Stile e valore artistico

Hughes fu un innovatore radicale della poesia afroamericana. La sua capacità di integrare i ritmi della musica nera nella struttura dei versi diede vita a un linguaggio vivo, pulsante, vicino alla parlata quotidiana. Era una poesia “da ascoltare” oltre che da leggere.

A differenza di altri autori della Harlem Renaissance che miravano a un’eleganza letteraria vicina ai modelli europei, Hughes rivendicò l’autenticità popolare. Non voleva che la letteratura afroamericana fosse un’imitazione: voleva che fosse se stessa, radicata nei sermoni delle chiese battiste, nelle improvvisazioni del jazz, nei lamenti euforici del blues, nei proverbi e nelle storie di quartiere.

Il suo impegno politico era esplicito. Hughes parlava dell’ingiustizia sociale e della segregazione, ma non solo per denunciarle: voleva che i lettori vedessero e riconoscessero la bellezza e la forza della cultura nera. Era, in un certo senso, un poeta della speranza concreta, quella che nasce non dal sogno ingenuo, ma dalla consapevolezza e dalla resistenza.

Come affermò in un’intervista:

“I swear to the Lord, I still can’t see, why Democracy means everybody but me.”
(Giuro davanti al Signore, ancora non riesco a capire perché la democrazia significhi tutti tranne me.)

Oggi, la sua eredità va oltre la letteratura. Hughes è un’icona del pensiero e della creatività afroamericana, un precursore del movimento per i diritti civili e una voce che, a distanza di decenni, continua a vibrare con la stessa potenza nelle aule scolastiche, nelle biblioteche, nei teatri e persino nei testi delle canzoni hip hop.

Il suo messaggio, semplice e grandioso allo stesso tempo, resta attuale:

“I too, sing America.”
(Io pure, canto l’America.)



Corso di storia della letteratura: Borges 1899

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